Psicoterapia come dimensione di confine

“L’uomo è un cavo teso tra la bestia e il superuomo, un cavo al di sopra di un abisso. Un passaggio periglioso, un periglioso essere in cammino, un periglioso guardarsi indietro e un periglioso rabbrividire e fermarsi. La grandezza dell’uomo è di essere un ponte e non uno scopo: nell’uomo si può amare che egli sia una tradizione e un tramonto. Io amo coloro che non sanno vivere se non tramontando, poiché essi sono una transizione. Io amo gli uomini del grande disprezzo, perché essi sono anche gli uomini della grande venerazione e frecce che anelano all’altra riva. Io amo coloro che non aspettano di trovare una ragione dietro le stelle per tramontare e offrirsi in sacrificio: bensì si sacrificano alla terra, perché un giorno la terra sia del superuomo.”

Nietzsche – Così parlò Zarathustra

 

In questo breve estratto Nietzsche ripete più volte il termine “periglioso” come a voler ribadire il valore di quel rischio che si corre nell’andare oltre confini per arrivare all’altra riva; rischi che l’uomo deve affrontare per individuarsi, autodeterminarsi, esserci e diventare ciò che è. Il pericolo e il brivido divengono pertanto opportunità di crescita poiché ci si può fermare, si può sentire e si può evolvere verso una riconfigurazione del proprio essere al mondo. La grandezza dell’uomo è essere un ponte, non uno scopo, ovvero qualcosa che cambia, che attraversa, che si sposta e che evolve andando oltre i confini. La vita stessa dell’uomo è una transizione continua che congiunge la nascita alla morte. Il confine assume quindi questa dimensione di continua evoluzione per cui andare oltre significa fondare la crescita personale basandosi proprio sul concetto di attraversare esperienze di vita.

Nella psicoterapia della Gestalt si ritrova questo pensiero e si evidenzia l’importanza che assume il ruolo del terapeuta nel riuscire a sostenere e accompagnare il paziente in questo cammino “periglioso”. Stare su questo crinale significa confrontarsi con se stessi. L’arte della terapia si basa proprio su quel processo ermeneutico che favorisce l’emersione del sé più autentico che anela all’altra riva. I sintomi sono pertanto chiavi di accesso fondamentali a questa terra di confine poiché sono la manifestazione disfunzionale ma fenomenica di bisogni autentici che nel viaggio terapeutico possono essere individuati e contattati. Stare con il sintomo, ascoltarlo, accoglierlo e conoscerlo favorisce questo cammino periglioso che si tramuta poi in un processo di reintegrazione. La terapia è il luogo in cui il confine prende forma, viene contattato e attraversato. Le persone che sentono il bisogno di una cura psicoterapeutica si trovano spesso di fronte a situazioni di malessere che in qualche modo hanno a che fare con l’irrigidimento o l’ammorbidimento dei confini. Il terapeuta si trova pertanto a lavorare sulla ridefinizione dei confini operando sulla consapevolezza, che amplifica lo “stare con” se stessi, e sulla responsabilità, che muove risorse verso l’azione. Un altro fondamento base dell’orientamento gestaltico si riferisce al ciclo di contatto che si sviluppa in: sensazione, consapevolezza, mobilizzazione, azione, contatto, soddisfazione, ritiro. In ogni fase del ciclo il confine regola il processo. La sensazione si riferisce ad un confine corporeo in cui l’ascolto è diretto verso l’interno ed è la sensibilità a regolare il confine che può essere più o meno permeabile e ricettivo. Il blocco a questo livello si ha quando il paziente non riesce a contattare la proprie sensazioni e nulla si muove se non si sblocca questo meccanismo di interruzione. Il terapeuta, nel riconoscere queste empasse, ha il compito di aiutare la persona a disinnescare queste dinamiche operando su ciò che ottura e oscura la regolazione del confine. Lo stesso può verificarsi per altre fasi del ciclo di contatto. Il paziente può per esempio sentire la sensazione ed essere consapevole del bisogno sotteso ma non essere in grado di oltrepassare il confine che lo separa dal contattare ciò che può soddisfare il bisogno emergente. Nella relazione terapeutica diviene pertanto indispensabile percorrere questo varco periglioso. Il contatto stesso nelle sue innumerevoli accezioni gestaltiche è fortemente associato al concetto di confine. Stare in contatto significa sentire il confine anche quando si tratta di stare con il dolore, la rabbia o il vuoto. Il processo terapeutico è permeato di confini. La distanza fisica che separa, ma allo stesso tempo unisce il terapeuta e il suo cliente nello studio, rappresenta uno di questi confini. Scegliere di stare davanti alla persona, piuttosto che interagire con una scrivania nel mezzo o addirittura decidere di stare dietro il lettino del paziente che non può contattare lo sguardo del suo terapeuta, significa agire sui confini che non sono solo spaziali ma divengono poi relazionali. Tutto questo si riferisce al setting e all’importanza che esso ricopre nel processo terapeutico sin dal primo incontro. Talvolta il confine lascia spazio al contatto corporeo che può esprimersi con un abbraccio, una carezza, una mano tenuta stretta per consolare o rassicurare. Alcuni orientamenti rifiutano il contatto con il paziente che deve rimanere a debita distanza nel rispetto dei ruoli. Eppure nella storia della medicina il contatto con il paziente e la vicinanza fisica hanno sempre assunto un significato terapeutico fondamentale. Alcuni guaritori tradizionali trascorrono giorni con il paziente condividendo la quotidianità e mantenendo un costante contatto relazionale. Il confine della cura, o meglio del prendersi cura, si regola e si riconfigura in un processo relazionale che cresce nel tempo.

Il percorso terapeutico è fondato sulla relazione che assume la sua forma unica e specifica al confine di contatto. In questa dimensione interstiziale dove la narrazione del paziente incontra l’ascolto e l’osservazione del terapeuta si attua un processo co-creativo che regola l’esperienza del contatto. Io-tu divengono, quindi, una totalità dialogica che rappresenta il campo entro cui si svolge e sviluppa il percorso terapeutico. Camminare insieme in questo crinale così fertile che è rappresentato dalla relazione terapeutica significa inoltrarsi in un viaggio di consapevolezza interiore che coinvolge anche il terapeuta ma che sostanzialmente accompagna il paziente nel possibile cambiamento.

La relazione terapeutica racchiude in sé un processo che accomuna terapeuta e paziente. Si tratta del confine tra dentro e fuori di sé. Il terapeuta nello stare in relazione con il paziente ha il dovere di mantenere una duplice consapevolezza. Da una parte è chiamato a sentire le proprie emozioni, sensazioni e riflessioni che si muovono sottopelle ma dall’altra deve volgere il suo sguardo anche verso l’altro e verso ciò che sta accadendo nella relazione. Questo movimento tra dentro e fuori caratterizza la fluidità del processo terapeutico contribuendo notevolmente a favorire crescita e cambiamento. Il terapeuta impara quindi a governare questa frontiera così mobile e astratta poiché solo in questo modo la relazione funziona. Nel governare questa frontiera il terapeuta vive autenticamente la relazione con il paziente e può pertanto scegliere di aprire un varco anche sul suo mondo personale, sul suo sentire e sul suo esserci. L’autosvelamento del terapeuta allenta gli argini, talvolta rigidi e ingessati che incastonano la persona nel suo ruolo professionale, portando calore, umanità e soprattutto autenticità nella relazione.

Il paziente, a sua volta, impara a costruire dentro di sé una sorta di centro di consapevolezza permanente che gli consente di guardarsi dentro sperimentando se stesso in una modalità che poi si esprime diversamente nel contatto con l’ambiente. In termini gestaltici la consapevolezza promuove l’autoregolazione organismica che favorisce l’adattamento creativo. Dall’eterosostegno il paziente accede ad esperienze di autosostegno. Il viaggio esistenziale che spesso vivono i pazienti si realizza nel riuscire a contattare la vera natura di se stessi intercettando i bisogni autentici e esprimendo nell’azione tali bisogni rompendo le rigidità che, in modo disfunzionale, si sono installate nel tempo tra il dentro e il fuori.

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