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Emergenza

Di Andrea Fianco – Lessico della Nuova Scuola

L’abbiamo vissuta tutti. L’abbiamo vista e l’abbiamo sentita scorrere nelle vene, vibrare nel corpo e rumoreggiare nella testa. Abbiamo provato paura, ansia, angoscia, disorientamento e senso di smarrimento. Siamo stati tutti investiti e sopraffatti da uno stato di emergenza. Le sirene delle ambulanze, il bollettino della protezione civile, le immagini dei reparti di terapia intensiva, i comunicati a reti unificate, le strade vuote, le tante finestre accese affacciate su città mute, la polizia per le strade, le autocertificazioni, i negozi con le serrande abbassate e le aule delle scuole vuote. Un paesaggio distopico ed estraniante.

I bambini e i ragazzi sono rimasti sospesi nelle loro camerette e appesi ai loro dispositivi: l’unico canale di comunicazione con il mondo esterno, oltre che comoda via di fuga per tenere a bada agitazioni interne. E pensare che, poco prima di tutto questo, si parlava solo dei rischi associati all’uso e abuso della tecnologia per i più giovani. Invece, questo stato di allarme, ha trasformato gli schermi in porte dimensionali salvifiche che, nel distanziamento e isolamento sociale, hanno consentito ai ragazzi di frequentare la scuola, mantenere le relazioni, divertirsi con i videogiochi, tenersi informati, vedere film, ascoltare musica, navigare sui social. Lo stesso fenomeno ha interessato anche gli adulti, per i quali, ad una condizione di semi-arresto domiciliare, è corrisposta una fuga di massa verso la nuova terra promessa in ambiente digitale. Durante il lockdown, gran parte delle attività quotidiane si svolgevano interfacciandosi con un rettangolo illuminato, piatto e bidimensionale. Lo smartphone, il tablet o il PC sono diventati il nostro confine di contatto con il mondo, le sedie al tavolo per fare riunioni, i banchi di scuola per assistere ad una lezione e per quanto mi riguarda anche un nuovo setting per continuare a seguire i pazienti. Incredibile scoprire quante cose si possono fare standosene comodamente a casa propria. Una migrazione collettiva ha improvvisamente inondato e colonizzato le nuove terre del regno bit-dimensionale: qui le persone diventano ologrammi o figurine animate dalle webcam, ma il corpo rimane distanziato, spezzato, separato e recluso. Abbiamo assistito ad una programmazione continua di webinar, dibattiti, riunioni, dirette sui social e seminari online su ogni argomento: un opinionismo spinto e costante arricchito da video, immagini, storie, testimonianze, proteste. Le principali piattaforme digitali hanno erogato servizi gratuiti, aperto alla possibilità di vedere musei, concerti, film. Il mondo a domicilio, in uno schermo. Il confinamento del nostro corpo tra le mura domestiche ha intensificato l’esplorazione di esperienze digitalmente modificate. La paura di perdere il proprio posto nel mondo, unita al desiderio di affermare la propria presenza sociale e di mantenere il contatto umano, ha spinto un gran numero di persone ad occupare spazi di vita alternativi. Non è la stessa cosa, ma forse si può meglio capire da questa esperienza quanto sia emergente e urgente per certe persone migrare in altre terre (reali) per trovare condizioni di vita più dignitose e scappare dalla guerra o dalla povertà. Quando siamo in pericolo e non troviamo soluzioni valide per gestire le difficoltà e riuscire a sopravvivere, non possiamo che volgere lo sguardo altrove nella speranza di trovare la nostra dimensione di vita.

Oltre allo stato di segregazione domiciliare e alla fuga nella tecnologia, questa quarantena ha costretto tutti ad una convivenza costante e ravvicinata. Per alcuni è stata un’occasione per ritrovarsi e godersi questi momenti di vicinanza estrema, per altri, invece, tutto questo ha innescato dinamiche relazionali esplosive che già in precedenza erano sul punto di saltare. Alcune famiglie hanno ritrovato un tempo umano per stare insieme, per rinforzare l’affetto e la conoscenza reciproca. I figli hanno potuto godersi i genitori, finalmente a casa e meno impegnati nei soliti ritmi frenetici. Altri ragazzi in età adolescenziale hanno invece sofferto questo stato di obbligata e costante convivenza, al punto che molti di loro si sono barricati nelle loro camerette come unico modo per soddisfare il loro naturale bisogno di individuarsi e separarsi. Altre persone si sono invece ritrovate in casa da sole. Nelle situazioni più vulnerabili il disagio si è intensificato e la quarantena si è trasformata in un incubo insostenibile. Poi ci sono gli ultimi, i più deboli, quelli che sono rimasti dov’erano prima, ovvero per strada, sotto un portico o sopra una panchina o più semplicemente al lavoro, perché alcuni, e non sono pochi, hanno dovuto continuare a produrre esponendosi al rischio contagio. Per non parlare di chi si è ritrovato senza lavoro e senza lo stipendio per pagare l’affitto e fare la spesa. Per questi, va detto, il mondo del volontariato non si è fermato e, anzi, in molti casi ha incrementato i suoi servizi, proprio per compensare il vuoto che questa società spesso provoca nelle vite invisibili di chi non ha diritto al lavoro, alla salute e all’istruzione.

L’emergenza ha scattato un’istantanea, nitida e cruda, della nostra società svelando le disuguaglianze e le varie forme di ingiustizia sociale. L’emergenza ci mette a nudo e ci dice quello che siamo, nel bene e nel male, come individui, come coppie, come famiglie, come istituzioni, come scuole, come società, come servizi, come comunità, come cultura. Siamo stati colti di sorpresa e i nostri punti deboli, oltre che i punti di forza, sono stati scoperti e resi visibili.

Il termine emergenza non ha però solo un’accezione negativa, anche se il suo campo semantico è sostanzialmente contornato dal rosso, inteso come allarme, e dal nero, inteso come angoscia della morte. Emergenza, se ci soffermiamo ad analizzare questa parola, è un ibrido tra emersione e urgenza, come se si trattasse di una condizione che porta improvvisamente e velocemente a galla tutto ciò che prima rimaneva sommerso. Un po’ come quella grande isola di plastica nell’oceano che porta in superfice i nostri rifiuti, ricordandoci quanto siamo irrispettosi e violenti con il nostro pianeta. Accade quindi che ciò che prima era in superfice vada sullo sfondo e al contrario ciò che stava più sommerso e non visibile ora emerga e si veda. L’emergenza provoca una sovversione totale e reale delle nostre esistenze. I bisogni personali e relazionali si riposizionano in una scala di priorità che viene quasi capovolta e sicuramente stravolta. Ricordo, per esempio, quanto mi sembrasse strano in quei primi momenti di lockdown vedere certe pubblicità televisive: mi parlavano di un mondo che in quel momento era per me senza alcun senso, superfluo. Quando ci si sente in pericolo, il consumismo torna ad essere totalmente inutile alla sopravvivenza, soprattutto quando quel determinato prodotto (per esempio l’ultimo modello di un’automobile) non è per nulla essenziale per la tua vita. Anzi forse, proprio quel prodotto, ti ricorda quanto questa società nella sua ingenua indifferenza abbia perso il contatto con i bisogni più essenziali e autentici. Nel vivere l’isolamento sociale provocato dall’emergenza, si ritrova un improvviso bisogno di contatto umano associato ad una profonda angoscia di separazione. Lo sfondo emotivo prima ben conservato nella normale quotidianità del tutto va bene, una volta sollecitato dalla paura che tutto possa andare male, emerge urgentemente a farsi sentire rendendo evidente quello che si è e quello che si ha. L’emergenza porta consapevolezza inducendo l’individuo ad un processo di “immergenza”, inteso come l’urgenza di immergersi dentro di sé. In questo recinto elettrificato che costringe e contiene, impedendo alla persona di essere e fare come prima, risulta inevitabile fermarsi e stare in contatto con se stessi. Qualcuno si è proprio ritirato dentro di sé, ritrovando il proprio mondo interiore, le paure, il senso del qui e ora, la mancanza di una prospettiva, l’impotenza di stare nel terreno friabile dell’incertezza. L’immergenza ha imposto un ritmo diverso, quello dell’esistenza, del senso della vita e della morte, dell’importanza delle relazioni affettive e della paura di perderle. Lo sanno bene tutte quelle persone che nella vita si sono trovate ad affrontare una malattia, un trauma, un lutto, un abbandono, un abuso o un’improvvisa interruzione e sospensione del proprio tempo e del proprio equilibrio esistenziale.  Queste persone si sono immerse e talvolta anche perse in se stesse per riuscire a ritrovare gradualmente e attraverso un processo di resilienza un nuovo equilibrio. Altri, invece, hanno evitato questo processo introspettivo ricorrendo a forme anestetiche o a comportamenti compensativi che sapessero riempire il vuoto altrimenti insostenibile. Del resto, anche l’evitamento e la dissociazione sono reazioni fisiologiche ad uno stato di emergenza come fossero una difesa dalla sofferenza: se non sento, non soffro. Tuttavia, il non sentire dolore non consente di attivarsi per andare a curare la causa che lo provoca quindi l’evitamento è un sollievo temporaneo ma non promuove un processo efficace di resilienza e di crescita.

Inaspettatamente, i ragazzi preadolescenti e adolescenti hanno saputo cogliere tanti stimoli di riflessione su se stessi, sulle loro relazioni e più in generale sul mondo e su come funziona o non funziona. Nel confrontarmi con genitori e figli in questo periodo ho potuto ascoltare diverse testimonianze. Una mamma si è piacevolmente stupita di come i figli abbiano affrontato tutto questo periodo con responsabilità, saggezza e flessibilità aggiungendo che spesso sono gli adulti a proiettare su di loro paure e ansie. L’emergenza rivela pertanto a se stessi e agli altri la presenza di risorse prima sconosciute. Chi sembrava forte appare più debole e chi invece si mostrava fragile esprime più forza e sicurezza. Una ragazza di 13 anni mi ha riferito di aver scoperto solo in questi mesi di quanto potesse essere capace di mantenere la calma, mentre prima si percepiva più agitata e incompetente su questo frangente. Molti ragazzi hanno condiviso riflessioni sull’ecologia, sull’importanza della salute, sul valore delle relazioni familiari e amicali. A volte i limiti sono generativi e oltre alle normali paure, aprono sguardi, introspezioni, scenari, fantasie, progetti, sogni, come se l’obbligo di gestire un orizzonte limitante inducesse ad attivare risorse nuove che aprono possibilità. Viene alla mente “questa siepe che da tanta parte dell’ultimo orizzonte il guardo esclude” oltre alla quale Leopardi immagina il suo infinito. Il non poter uscire, il non poter fare e quindi il non poter essere ciò che si è abituati ad essere, induce a fare passi importanti per la crescita. L’adattamento creativo che ne deriva porta l’individuo a sperimentarsi e a sperimentare nuove frontiere del proprio modo di essere e di stare nel mondo. Ma, soprattutto, quando mancano i soliti riferimenti esterni si può imparare a trovarli dentro se stessi scoprendosi più forti e indipendenti. Questo processo immergente, quando attraversato e vissuto profondamente, non può che far emergere risorse interiori ed essere quindi portatore di trasformazioni evolutive e generative. In tutta questa storia molti ragazzi, ma anche molti adulti, hanno potuto acquisire una maggiore sensibilità verso se stessi e verso l’altro, hanno potuto rivalutare l’importanza delle piccole cose e di quanto la semplicità del vivere quotidiano sia un elemento strutturale, rassicurante e portante nella vita personale. La stessa scuola è passata, per alcuni ragazzi, dall’essere il luogo più odiato ad essere il luogo di cui si sente nostalgia, non tanto per l’aspetto didattico ma soprattutto per il contatto umano, per la presenza dei corpi e per quelle abitudini che scandiscono la vita e contengono i vissuti e i pensieri. A questi ragazzi è mancata la scuola come contesto relazionale. Le ritualità quotidiane associate alla frequenza scolastica, così come lo svolgimento di attività sportive e del tempo libero, sono importanti contenitori identitari che promuovono e sostengono lo sviluppo del sé. L’assenza di tutto questo ha reso ancora più evidente quanto siano importanti certe dimensioni di vita quotidiana.

L’emergenza ci ha anche un po’ riportati con i piedi per terra. L’egocentrismo e il narcisismo che permeano il nostro tessuto sociale e culturale hanno subito un duro contraccolpo. Non siamo più speciali e onnipotenti e, soprattutto, da soli non ce la possiamo fare. Dobbiamo sintonizzarci e armonizzarci con gli altri se vogliamo vivere e sopravvivere. Senza antidoto al virus ci ritroviamo impotenti, inermi e questo ci spiazza, perché siamo viziati dal pensiero onnipotente secondo cui nulla si deve fermare, tutto è curabile e tutto è risolvibile. Per vivere e crescere abbiamo bisogno di un ambiente che ci nutra (per questo dovremmo imparare a proteggerlo) e soprattutto di relazioni, di contatto, di appartenenza sociale (per questo dovremmo dedicare più tempo a sviluppare coesione sociale e mutuo appoggio). La qualità dell’interconnessione sociale rappresenta un centro gravitazionale fondamentale per la qualità della nostra vita e la possibilità di aiutarci reciprocamente sostiene la nostra esistenza. Ci siamo accorti che senza un buon sistema sanitario siamo a rischio, ci siamo accorti che senza il conforto e la vicinanza di amici e parenti soffriamo. Allo stesso modo anche le agenzie educative come la famiglia e la scuola si sono rese conto di quanto sia importante la qualità della loro presenza nella vita di bambini e ragazzi, e di quanto sia fondamentale riferirsi e appartenere ad una comunità. Credo che sia proprio questa la risorsa che dovremmo consolidare e continuare a tenere presente, rendendo strutturale ciò che è stato emergenziale in questo periodo. Questo trauma collettivo ha portato con sé messaggi importanti che abbiamo la responsabilità di custodire per ristrutturare il nostro modo di stare nel mondo. L’emergenza ci ha ricordato di quanto sia importante la solidarietà, il mutuo aiuto, l’ascolto reciproco, la presenza dell’altro, l’ascolto dell’altro e tutto ciò che favorisce il prendersi cura, l’interconnessione, la collaborazione e la crescita collettiva. Se l’anestesia desensibilizza, l’emergenza sensibilizza ovvero ci rende più sensibili a noi stessi e agli altri. Ben venga quindi questo lato buono dell’emergenza. Sul fronte scolastico questa esperienza potrebbe essere una suggestione preziosa per rifondare la qualità delle relazioni tra gli attori che operano nei contesti educativi. Si tratta di una grande occasione per l’intera comunità e la scuola potrebbe tornare ad occupare un ruolo centrale in questo processo evolutivo. Inoltre, la maturità dimostrata dai bambini e i ragazzi potrebbe indicarci metodologie pedagogiche in grado di valorizzare maggiormente il loro protagonismo rendendoli più attivi e partecipi nelle attività di apprendimento.

Non lasciamo che tutto torni come prima. Non permettiamo che tutte le risorse emerse affondino tornando nell’invisibilità e riportandoci ai soliti meccanismi anestetizzanti e perversi che ammorbano il vivere quotidiano. Insomma, teniamo sempre con noi un po’ di emergenza, così che possiamo coltivare la nostra immergenza, sensibilizzare la nostra consapevolezza e favorire il contatto con i nostri bisogni più autentici. Per continuare a crescere come persone e come comunità, ma soprattutto per promuovere la salute, il benessere e la crescita di quelli che verranno.

Interconnessione contro Coronavirus

Un’onda planetaria sta avvolgendo le nostre vite. Uno tsunami invisibile sta alterando le nostre esistenze e modificando radicalmente la nostra quotidianità. Siamo immersi in un processo di cambiamento profondo, radicale, collettivo, improvviso, ad alto impatto ma lento, molto lento nel suo procedere. Così lento che siamo chiamati a fermarci, a stare in casa, a radicarci, a non muoverci più come prima. Nessuno ci ha preparati a questo e non sappiamo come starci. Tutto chiuso, tutto fermo, tutti lontani. Ci hanno sempre insegnato il contrario: ad andare veloci, ad essere sempre performanti, a non perdere tempo. E tutto questo non è dovuto ad una catastrofe naturale, ad una guerra, agli extraterrestri o ad un’invasione di profughi, ma ad un’emergenza sanitaria. In poche settimane questa epidemia si è propagata in tutta la Lombardia e poi in tutta Italia con conseguenze ancora drammatiche per il Sistema Sanitario Nazionale che sta fronteggiando uno stato di crisi senza precedenti. Per evitare il contagio, ogni persona ha la responsabilità di isolarsi per proteggere gli altri. Siamo tutti chiamati ad affrontare una sfida con noi stessi e con il nostro grado di resistenza e resilienza. Si tratta però di una sfida collettiva in cui il contributo di ciascuno può portare ad un’esito positivo per tutti: la fine dell’epidemia. Dominano l’incertezza e la fatica a stare in questa sospensione. Per la nostra cultura occidentale, sostanzialmente individualista, questo scenario rappresenta una grande occasione di crescita. In questa situazione di crisi possiamo comprendere quanto la collaborazione, la condivisione, il mutuo aiuto, l’empatia e l’ascolto dell’altro, siano fondamentali per la nostra sopravvivenza. In termini filogenetici e ontogenetici è attraverso il contatto con l’altro che la mente ha potuto sviluppare le sue competenze emotive, cognitive, motorie e relazionali. La vita stessa nasce dal contatto, la fecondazione è frutto di un contatto. L’interconnessione è pertanto una risorsa fondamentale, diffusa, strutturale e costituente di tutte le forme di vita e della materia. Mettere in contatto persone e sintonizzarle su obiettivi condivisi significa quindi poter disporre di una risorsa preziosissima e potentissima in grado di affrontare avversità altrimenti insostenibili. Il sistema immunitario funziona così nel nostro corpo, così come una comunità coesa promuove il benessere del singolo e protegge da minacce esterne, da paure perché rassicura e conforta. Sentirsi parte di un tessuto sociale e di una comunità significa acquisire più resilienza. Del resto questa proprietà, questa forza aggregante e integrante che interconnette, sta alla base di molti processi fisici, biologici e fisiologici. Il nostro organismo è un esempio magnifico di interconnessione complessa tra atomi, cellule e tessuti. Senza il principio di interconnessione non ci sarebbero sistemi viventi, non ci sarebbero ecosistemi, non ci sarebbe vita. Lo stesso virus approfitta di questo principio per farsi strada e sopravvivere ma lo fa su strade ridotte perché non conosce altre opzioni e altre possibili vie di interconnessione. Noi invece sì. Possiamo quindi distanziarci socialmente ma mantenere la connessione su altri livelli e altri canali attraverso la condivisione, la collaborazione, il mutuo aiuto, l’ascolto, ecc.

Un cervello senza interconnessione non potrebbe essere una mente e non potrebbe avere una coscienza. Studi recenti evidenziano quanto la coscienza stessa si basi fondamentalmente sulla sua misteriosa capacità di integrare – a più livelli di complessità – gli stimoli che arrivano dalle molteplici componenti che caratterizzano tutto il sistema nervoso. Un potente principio di interconnessione che integra le nostre funzioni cerebrali rendendoci coscienti e presenti a noi stessi. Dobbiamo pertanto fidarci e affidarci a questo principio fondante che riguarda la fisica, la biologia, la psicologia, la sociologia, l’antropologia. L’interconnessione ancora una volta ci salverà. E per quanto banale possa essere l’unione fa la forza, quindi il mio auspicio è che si riesca a promuovere tutto ciò che interconnette risorse e persone così da riuscire ad ottimizzare le nostre forze per affrontare questa crisi globale.

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La promozione della resilienza individuale, familiare e sociale (Parte 1)

Da rivista: Counseling Vol. 10 n.3 – Rubrica: Counseling e psicologia positiva a cura di Antonella Delle Fave – Università degli Studi di Milano a cura di Annamaria Di Fabio – Università degli Studi di Firenze

La promozione della resilienza individuale, familiare e sociale Parte I – Funzionamento e resilienza in prospettiva integrata

Antonella Delle Fave e Andrea Fianco – Università degli Studi di Milano

La necessità di promuovere benessere in persone con patologie fisiche e mentali e in coloro che li assistono – familiari, caregiver e operatori sanitari – è ripetutamente sottolineata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e dalle istituzioni sanitarie nazionali e internazionali. In riferimento al modello biopsicosociale (Engel, 1977) e all’International Classification of Functioning, Disability and Health (ICF; WHO, 2001), i progetti di intervento orientati alla promozione della salute sono efficaci quando prendono in considerazione non solo i deficit e le limitazioni personali ma anche il funzionamento, le risorse e le abilità che favoriscono la partecipazione e l’integrazione sociale. L’ICF invita operatori e professionisti sanitari a osservare il funzionamento della persona nella sua globalità, non limitandosi al deficit e alla limitazione, ma andando a rilevare tutte le componenti biopsicosociali che favoriscono l’esecuzione di attività e la partecipazione sociale. Quindi, secondo l’ICF, la qualità dell’interazione tra persona e ambiente è una dimensione chiave da considerare al fine dell’intervento. Essa include la presenza sia barriere che di facilitatori contestuali (personali o ambientali) che influiscono notevolmente sulla qualità di vita e sul processo di integrazione sociale di persone con patologie o disabilità (Bodde & Seo, 2009). I fattori contestuali (relazioni familiari e sociali, operatori sanitari, istituzioni e servizi, territorio, politiche, ambiente fisico, clima, ecc.) vengono inseriti per la prima volta dall’ICF come aspetti fondamentali da considerare nel definire un profilo di funzionamento. Si assiste pertanto a un’evoluzione concettuale e teorica che sancisce un cambio di prospettiva, in virtù della quale assumono rilevanza anche le componenti positive che riguardano la persona in relazione al contesto ovvero le risorse personali, familiari e sociali. In particolare, le dimensioni psicologiche e sociali entrano a pieno titolo a far parte dei fattori protettivi che favoriscono la crescita e il benessere a livello biopsicosociale. La resilienza (Bonanno, 2004; Luthar, 2006; Masten & Reed, 2002) è definita come l’insieme dei fenomeni che caratterizzano un adattamento soddisfacente all’ambiente, pur in condizioni di avversità. La resilienza è la capacità di riprendersi e di emergere dalle avversità più forti e con nuove risorse; è un processo attivo di autoriparazione e di crescita in risposta alla crisi e alle difficoltà della vita; è un processo di ristrutturazione e di ridefinizione della propria identità che si arricchisce con ciò che ha consentito di superare il trauma, la sofferenza, la difficoltà. Si tratta di un costrutto complesso che non riguarda soltanto la persona ma il sistema individuo, famiglia, contesto sociale (Garmezy & Masten, 1991; Rutter, 1987; Zautra, Stuart Hall & Murray, 2012). In tutto questo processo sono coinvolti i fattori di rischio e i fattori di protezione (Garmezy 1991; Masten, 1994; Rutter, 1985; Werner & Smith, 1992) che ostacolano o promuovono la resilienza personale, familiare e di comunità. In linea con l’ICF, le ultime evoluzioni teoriche relative al processo di costruzione della resilienza (Rutter, 2012) individuano nella qualità dell’interazione tra persona e ambiente l’aspetto cardine attorno a cui tale processo gravita. Del resto, la prospettiva multicomponenziale è adottata sempre più spesso in psicologia. Uno dei più studiati modelli di salute mentale, il Mental Health Continuum (Keyes, 2002, 2007) comprende fattori personali, relazionali e sociali, la cui valutazione combinata permette di valutare il livello di salute mentale di un individuo, dal funzionamento ottimale, o flourishing, a quello più disfunzionale, o languishing. I “flourishers” mostrano elevato funzionamento sia nella vita privata che nei vari contesti sociali e percepiscono positivamente la relazione con se stessi e con gli altri. In questa prospettiva, gli interventi orientati a promuovere salute e benessere in persone esposte a situazioni di avversità devono fondarsi su un approccio interdisciplinare, favorendo l’integrazione tra azioni centrate su aspetti personali (psicologici e fisici) e quelle rivolte al potenziamento di aspetti sociali (relazionali, familiari, comunitari), in cui più professionisti mettono a disposizione le loro competenze all’interno di un’équipe. Curare la persona significa promuovere il suo funzionamento, con particolare attenzione alla promozione dei facilitatori e alla riduzione delle barriere biopsicosociali, in modo da favorire processi di resilienza che conducano al flourishing.

Bibliografia Bodde, A. E., & Seo, D. (2009). A review of social and environmental barriers to physical activity for adults with intellectual disabilities. Disability and Health Journal, 2, 57-66.

Bonanno, G. A. (2004). Loss, trauma, and human resilience: Have we underestimated the human capacity to thrive after extremely aversive events? American Psychologist, 59, 20-28.

Engel, G. L. (1977). The need for a new medical model: A challenge for biomedicine. Science, 196, 129-136.

Garmezy, N., & Masten, A. (1991). The protective role of competence indicators in children at risk. In E. M. Cummings, A. L. Greene, & K. H. Karrakei (Eds.), Perspectives on stress and coping (pp. 151-174).

Hillsdale: L. Erlbaum Associates Inc. Garmezy, N. (1991). Resiliency and vulnerability to adverse developmental outcomes associated with poverty. American Behavioral Scientist, 34, 416-430.

Garmezy, N. (1993). Children in poverty: Resilience despite risk. Psychiatry, 56, 127-136.

Keyes, C. L. M. (2002). The mental health continuum: From languishing to flourishing in life. Journal of Health and Social Behavior, 43, 207-222.

Keyes, C. L. M. (2007). Promoting and protecting mental health as flourishing. A complementary strategy for improving national mental health. American Psychologist, 62, 95-108.

Luthar, S. S. (2006). Resilience in development: A synthesis of research across five decades. In D. Cicchetti, & D. J. Cohen (Eds.), Developmental Psychopathology: Risk, Disorder, and Adaptation, Vol 3. Second edition (pp. 739-795). Hoboken: Wiley & Sons.

Masten, A. S. (1994). Resilience in individual development: Successful adaption despite risk and adversity. In M. C. Wang & E. W. Gordon (Eds.), Educational resilience in inner-city America: Challenges and prospects (pp. 3-25). Hillsdale, New Jersey: Erlbaum.

Masten, A. S., & Reed, M. G. J. (2002). Resilience in development, in C. R Snyder & S. J. Lopez (Eds.), Handbook of Positive Psychology (pp. 256-276). New York: Oxford University Press.

Rutter, M. (1985). Resilience in the face of adversity: Protective factors and resistance to psychiatric disorder. British Journal of Psychiatry, 147, 598-611.

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Rutter, M. (2012). Resilience as dynamic concept. Development and Psychopathology, 24, 335-344.

Werner, E., & Smith, R. S. (1992). Overcoming the odds: High risk children for birth to adulthood. Ithaca (NY): Cornell University Press.

World Health Organization. (2001). International Classification of Functioning, Disability and Health (ICF). Geneva: World Health Organization.

Zautra, A. J., Stuar Hall, J., & Murray, K. E. (2012). Resilience. A new definition of health for people and communities. In J. W. Reich, A. J. Zautra, & J. Stuart Hall (Eds.), The Handbook of Adult Resilience (pp. 3-29). New York: The Guilford Press.

A proposito del padre

Nell’ascoltare e nel leggere Massimo Recalcati e altri autori del nostro tempo emerge continuamente la visione del padre come di una figura debole, assente o addirittura evaporata. Siamo tutti d’accordo nel dire che l’autorità paterna è in crisi da tempo ma ci sono valide ragioni perché lo sia. Quella stessa autorità di cui tanto si sente la mancanza ha provocato disagi, sensi di colpa e paure nei figli che, ad un certo punto, mossi da una sana aggressività, si sono ribellati per sancire la libertà di poter essere e diventare se stessi. Sicuramente assistiamo a stili sempre più amicali e orizzontali che confondono i riferimenti e faticano ad esercitare una funzione adulta e paterna sufficientemente normativa. Se poi adottiamo una prospettiva più freudiana, pensiero ormai assimilato e installato dentro la nostra interpretazione del mondo, il padre sembra aver perso il ruolo di colui che taglia il cordone ombelicale spingendo il figlio verso il mondo; al contrario il padre viene accusato di assumere sempre più funzioni materne quando invece servirebbe più severità, fermezza e determinazione. Ebbene, io sono stufo di questa visione, vera per certi versi, ma non esaustiva e troppo viziata da presupposti teorici non adattabili al nostro tempo. Mi piacerebbe che si affrontasse questo tema con più curiosità esplorativa. Si potrebbe partire per esempio dall’ascoltare le storie dei padri contemporanei sospendendo il giudizio e cercando di comprenderne più a fondo l’esperienza soggettiva. Io credo che i padri contemporanei siano il risultato di una buona evoluzione psicologica, sociale e culturale. Liberi di quel senso doveristico che imponeva al pater familias di essere maschio, duro, irreprensibile, indistruttibile, anaffettivo e capace di sostenere tutta la famiglia sulle proprie spalle, i padri di oggi possono essere finalmente affettuosi, fragili e presenti con i propri figli. I padri di oggi possono essere più umani e trasmettere questa possibilità ai propri figli che nel loro essere maschi o femmine o altro, possono sentirsi liberi di contattare ed esprimere la propria fragilità per come si esprime senza doversi sentire insigniti di ruoli e/o missioni impossibili. I padri di oggi possono prendersi permessi lavorativi per stare con i propri figli. Ci sono storie di padri rimasti da soli e che in questa condizione si sono inventati uno stile genitoriale unico e speciale in cui la cura e la presenza rappresentano il cuore della relazione con il figlio. Insomma cerchiamo di uscire dalla visione del padre assente che ha perso il suo carisma e la sua autorità ed esploriamo invece la qualità della sua presenza nelle sue diverse forme e possibilità.

Integrazione, isomorfismo ed evoluzione

In questo periodo si assiste ad un dibattito quotidiano in tema di integrazione culturale in cui vengono a scontrarsi due opposti schieramenti politici, sociali e culturali. Ci sono i difensori della patria che non vogliono accogliere i migranti perché li ritengono pericolosi criminali, portatori di malattia e ladri di lavoro; e poi ci sono i buonisti o difensori dei diritti umani che ritengono più giusto aprire le frontiere per accogliere i migranti dando loro rifugio, dignità e opportunità di crescita. Seppur riduttiva e molto semplificata la dinamica del conflitto a cui assistiamo è fondamentalmente basata su questi presupposti. Abbiamo poi un livello politico fatto di slogan e demagogie varie e un livello più basico che si manifesta nel dialogo fra amici, colleghi, parenti o persone che si incontrano e scontrano su questi temi. Sicuramente le posizioni non sono sempre così polarizzate e le sfumature sono varie ma in sostanza il conflitto si esprime in queste modalità. Tuttavia, dobbiamo partire da un dato incontrovertibile: senza integrazione la nostra specie non si sarebbe mai evoluta. Ciò che mette insieme e interconnette favorisce la crescita. Vale per l’organismo umano, vale per il nostro cervello così come per un qualsiasi ecosistema vivente o per una qualsiasi comunità sociale. Le culture che si sono distinte nella storia per il loro potere, le loro invenzioni e il grado di civiltà raggiunto sono tutte caratterizzate dalla capacità di integrare a sé le diversità. La nostra stessa coscienza emerge da un processo di interconnessione in cui diverse aree del sistema nervoso, autonomo e periferico, collaborano tra loro per costruire il senso che abbiamo di noi stessi. I nostri pensieri, le nostre emozioni, le nostre sensazioni e in generale la consapevolezza di ciò che siamo è fondata sull’integrazione e la continua comunicazione tra componenti diverse. Ciò che scaturisce da questa continua sinergia è più che la somma delle parti ed è qui che si manifesta il movimento evolutivo. I sistemi sociali si sono evoluti grazie ad una continua interazione multiculturale che ha portato a trasformazioni e ad evoluzioni sociali, culturali, scientifiche ed economiche. La biodiversità sancisce la ricchezza dei nostri ambienti e ne garantisce la sopravvivenza. Allo stesso modo, la multiculturalità e il contatto fra diversità, consente all’uomo di essere più adattato al suo ambiente; è grazie a questo continuo in-contro che ci sono continue opportunità di crescita. Quanto più siamo prossimi alla diversità tanto più acquisiamo competenze per adattarci. Non esiste prodotto sulle nostre tavole, non esiste oggetto che arreda le nostre case che non abbia un’origine multiculturale. Noi siamo, come corpo, come persone e come società, intrinsecamente fondati su processi di integrazione culturale. Lo dicono i geni, lo dice la fisica, lo dice il nostro aspetto, lo dice la nostra storia e lo dicono le nostre società.

Quindi, sulla base di queste riflessioni, ritengo che il dibattito non sussista. Se vogliamo evolvere dobbiamo assecondare il naturale processo di acculturazione e integrazione. Semmai, invece che scontrarci e confliggere, dovremmo cercare modalità adeguate di interazione e convivenza ma questo lo si può fare solo con l’incontro, la vicinanza, la relazione e il contatto. L’atteggiamento espulsivo e refrattario al diverso e quindi al cambiamento impedisce l’evoluzione e, al contrario, favorisce processi regressivi e degenerativi. L’evoluzione sta nel confine di contatto con l’altro ma bisogna saperci stare.

Psicoterapia come dimensione di confine

“L’uomo è un cavo teso tra la bestia e il superuomo, un cavo al di sopra di un abisso. Un passaggio periglioso, un periglioso essere in cammino, un periglioso guardarsi indietro e un periglioso rabbrividire e fermarsi. La grandezza dell’uomo è di essere un ponte e non uno scopo: nell’uomo si può amare che egli sia una tradizione e un tramonto. Io amo coloro che non sanno vivere se non tramontando, poiché essi sono una transizione. Io amo gli uomini del grande disprezzo, perché essi sono anche gli uomini della grande venerazione e frecce che anelano all’altra riva. Io amo coloro che non aspettano di trovare una ragione dietro le stelle per tramontare e offrirsi in sacrificio: bensì si sacrificano alla terra, perché un giorno la terra sia del superuomo.”

Nietzsche – Così parlò Zarathustra

 

In questo breve estratto Nietzsche ripete più volte il termine “periglioso” come a voler ribadire il valore di quel rischio che si corre nell’andare oltre confini per arrivare all’altra riva; rischi che l’uomo deve affrontare per individuarsi, autodeterminarsi, esserci e diventare ciò che è. Il pericolo e il brivido divengono pertanto opportunità di crescita poiché ci si può fermare, si può sentire e si può evolvere verso una riconfigurazione del proprio essere al mondo. La grandezza dell’uomo è essere un ponte, non uno scopo, ovvero qualcosa che cambia, che attraversa, che si sposta e che evolve andando oltre i confini. La vita stessa dell’uomo è una transizione continua che congiunge la nascita alla morte. Il confine assume quindi questa dimensione di continua evoluzione per cui andare oltre significa fondare la crescita personale basandosi proprio sul concetto di attraversare esperienze di vita.

Nella psicoterapia della Gestalt si ritrova questo pensiero e si evidenzia l’importanza che assume il ruolo del terapeuta nel riuscire a sostenere e accompagnare il paziente in questo cammino “periglioso”. Stare su questo crinale significa confrontarsi con se stessi. Continua la lettura di Psicoterapia come dimensione di confine