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La promozione della resilienza individuale, familiare e sociale (Parte 1)

Da rivista: Counseling Vol. 10 n.3 – Rubrica: Counseling e psicologia positiva a cura di Antonella Delle Fave – Università degli Studi di Milano a cura di Annamaria Di Fabio – Università degli Studi di Firenze

La promozione della resilienza individuale, familiare e sociale Parte I – Funzionamento e resilienza in prospettiva integrata

Antonella Delle Fave e Andrea Fianco – Università degli Studi di Milano

La necessità di promuovere benessere in persone con patologie fisiche e mentali e in coloro che li assistono – familiari, caregiver e operatori sanitari – è ripetutamente sottolineata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) e dalle istituzioni sanitarie nazionali e internazionali. In riferimento al modello biopsicosociale (Engel, 1977) e all’International Classification of Functioning, Disability and Health (ICF; WHO, 2001), i progetti di intervento orientati alla promozione della salute sono efficaci quando prendono in considerazione non solo i deficit e le limitazioni personali ma anche il funzionamento, le risorse e le abilità che favoriscono la partecipazione e l’integrazione sociale. L’ICF invita operatori e professionisti sanitari a osservare il funzionamento della persona nella sua globalità, non limitandosi al deficit e alla limitazione, ma andando a rilevare tutte le componenti biopsicosociali che favoriscono l’esecuzione di attività e la partecipazione sociale. Quindi, secondo l’ICF, la qualità dell’interazione tra persona e ambiente è una dimensione chiave da considerare al fine dell’intervento. Essa include la presenza sia barriere che di facilitatori contestuali (personali o ambientali) che influiscono notevolmente sulla qualità di vita e sul processo di integrazione sociale di persone con patologie o disabilità (Bodde & Seo, 2009). I fattori contestuali (relazioni familiari e sociali, operatori sanitari, istituzioni e servizi, territorio, politiche, ambiente fisico, clima, ecc.) vengono inseriti per la prima volta dall’ICF come aspetti fondamentali da considerare nel definire un profilo di funzionamento. Si assiste pertanto a un’evoluzione concettuale e teorica che sancisce un cambio di prospettiva, in virtù della quale assumono rilevanza anche le componenti positive che riguardano la persona in relazione al contesto ovvero le risorse personali, familiari e sociali. In particolare, le dimensioni psicologiche e sociali entrano a pieno titolo a far parte dei fattori protettivi che favoriscono la crescita e il benessere a livello biopsicosociale. La resilienza (Bonanno, 2004; Luthar, 2006; Masten & Reed, 2002) è definita come l’insieme dei fenomeni che caratterizzano un adattamento soddisfacente all’ambiente, pur in condizioni di avversità. La resilienza è la capacità di riprendersi e di emergere dalle avversità più forti e con nuove risorse; è un processo attivo di autoriparazione e di crescita in risposta alla crisi e alle difficoltà della vita; è un processo di ristrutturazione e di ridefinizione della propria identità che si arricchisce con ciò che ha consentito di superare il trauma, la sofferenza, la difficoltà. Si tratta di un costrutto complesso che non riguarda soltanto la persona ma il sistema individuo, famiglia, contesto sociale (Garmezy & Masten, 1991; Rutter, 1987; Zautra, Stuart Hall & Murray, 2012). In tutto questo processo sono coinvolti i fattori di rischio e i fattori di protezione (Garmezy 1991; Masten, 1994; Rutter, 1985; Werner & Smith, 1992) che ostacolano o promuovono la resilienza personale, familiare e di comunità. In linea con l’ICF, le ultime evoluzioni teoriche relative al processo di costruzione della resilienza (Rutter, 2012) individuano nella qualità dell’interazione tra persona e ambiente l’aspetto cardine attorno a cui tale processo gravita. Del resto, la prospettiva multicomponenziale è adottata sempre più spesso in psicologia. Uno dei più studiati modelli di salute mentale, il Mental Health Continuum (Keyes, 2002, 2007) comprende fattori personali, relazionali e sociali, la cui valutazione combinata permette di valutare il livello di salute mentale di un individuo, dal funzionamento ottimale, o flourishing, a quello più disfunzionale, o languishing. I “flourishers” mostrano elevato funzionamento sia nella vita privata che nei vari contesti sociali e percepiscono positivamente la relazione con se stessi e con gli altri. In questa prospettiva, gli interventi orientati a promuovere salute e benessere in persone esposte a situazioni di avversità devono fondarsi su un approccio interdisciplinare, favorendo l’integrazione tra azioni centrate su aspetti personali (psicologici e fisici) e quelle rivolte al potenziamento di aspetti sociali (relazionali, familiari, comunitari), in cui più professionisti mettono a disposizione le loro competenze all’interno di un’équipe. Curare la persona significa promuovere il suo funzionamento, con particolare attenzione alla promozione dei facilitatori e alla riduzione delle barriere biopsicosociali, in modo da favorire processi di resilienza che conducano al flourishing.

Bibliografia Bodde, A. E., & Seo, D. (2009). A review of social and environmental barriers to physical activity for adults with intellectual disabilities. Disability and Health Journal, 2, 57-66.

Bonanno, G. A. (2004). Loss, trauma, and human resilience: Have we underestimated the human capacity to thrive after extremely aversive events? American Psychologist, 59, 20-28.

Engel, G. L. (1977). The need for a new medical model: A challenge for biomedicine. Science, 196, 129-136.

Garmezy, N., & Masten, A. (1991). The protective role of competence indicators in children at risk. In E. M. Cummings, A. L. Greene, & K. H. Karrakei (Eds.), Perspectives on stress and coping (pp. 151-174).

Hillsdale: L. Erlbaum Associates Inc. Garmezy, N. (1991). Resiliency and vulnerability to adverse developmental outcomes associated with poverty. American Behavioral Scientist, 34, 416-430.

Garmezy, N. (1993). Children in poverty: Resilience despite risk. Psychiatry, 56, 127-136.

Keyes, C. L. M. (2002). The mental health continuum: From languishing to flourishing in life. Journal of Health and Social Behavior, 43, 207-222.

Keyes, C. L. M. (2007). Promoting and protecting mental health as flourishing. A complementary strategy for improving national mental health. American Psychologist, 62, 95-108.

Luthar, S. S. (2006). Resilience in development: A synthesis of research across five decades. In D. Cicchetti, & D. J. Cohen (Eds.), Developmental Psychopathology: Risk, Disorder, and Adaptation, Vol 3. Second edition (pp. 739-795). Hoboken: Wiley & Sons.

Masten, A. S. (1994). Resilience in individual development: Successful adaption despite risk and adversity. In M. C. Wang & E. W. Gordon (Eds.), Educational resilience in inner-city America: Challenges and prospects (pp. 3-25). Hillsdale, New Jersey: Erlbaum.

Masten, A. S., & Reed, M. G. J. (2002). Resilience in development, in C. R Snyder & S. J. Lopez (Eds.), Handbook of Positive Psychology (pp. 256-276). New York: Oxford University Press.

Rutter, M. (1985). Resilience in the face of adversity: Protective factors and resistance to psychiatric disorder. British Journal of Psychiatry, 147, 598-611.

Rutter, M. (1987). Psychosocial resilience and protective mechanisms. American Journal of Orthopsychiatry, 57, 316-331.

Rutter, M. (1987). Psychosocial resilience and protective mechanisms. American Journal of Orthopsychiatry, 22, 323-356.

Rutter, M. (2012). Resilience as dynamic concept. Development and Psychopathology, 24, 335-344.

Werner, E., & Smith, R. S. (1992). Overcoming the odds: High risk children for birth to adulthood. Ithaca (NY): Cornell University Press.

World Health Organization. (2001). International Classification of Functioning, Disability and Health (ICF). Geneva: World Health Organization.

Zautra, A. J., Stuar Hall, J., & Murray, K. E. (2012). Resilience. A new definition of health for people and communities. In J. W. Reich, A. J. Zautra, & J. Stuart Hall (Eds.), The Handbook of Adult Resilience (pp. 3-29). New York: The Guilford Press.

A proposito del padre

Nell’ascoltare e nel leggere Massimo Recalcati e altri autori del nostro tempo emerge continuamente la visione del padre come di una figura debole, assente o addirittura evaporata. Siamo tutti d’accordo nel dire che l’autorità paterna è in crisi da tempo ma ci sono valide ragioni perché lo sia. Quella stessa autorità di cui tanto si sente la mancanza ha provocato disagi, sensi di colpa e paure nei figli che, ad un certo punto, mossi da una sana aggressività, si sono ribellati per sancire la libertà di poter essere e diventare se stessi. Sicuramente assistiamo a stili sempre più amicali e orizzontali che confondono i riferimenti e faticano ad esercitare una funzione adulta e paterna sufficientemente normativa. Se poi adottiamo una prospettiva più freudiana, pensiero ormai assimilato e installato dentro la nostra interpretazione del mondo, il padre sembra aver perso il ruolo di colui che taglia il cordone ombelicale spingendo il figlio verso il mondo; al contrario il padre viene accusato di assumere sempre più funzioni materne quando invece servirebbe più severità, fermezza e determinazione. Ebbene, io sono stufo di questa visione, vera per certi versi, ma non esaustiva e troppo viziata da presupposti teorici non adattabili al nostro tempo. Mi piacerebbe che si affrontasse questo tema con più curiosità esplorativa. Si potrebbe partire per esempio dall’ascoltare le storie dei padri contemporanei sospendendo il giudizio e cercando di comprenderne più a fondo l’esperienza soggettiva. Io credo che i padri contemporanei siano il risultato di una buona evoluzione psicologica, sociale e culturale. Liberi di quel senso doveristico che imponeva al pater familias di essere maschio, duro, irreprensibile, indistruttibile, anaffettivo e capace di sostenere tutta la famiglia sulle proprie spalle, i padri di oggi possono essere finalmente affettuosi, fragili e presenti con i propri figli. I padri di oggi possono essere più umani e trasmettere questa possibilità ai propri figli che nel loro essere maschi o femmine o altro, possono sentirsi liberi di contattare ed esprimere la propria fragilità per come si esprime senza doversi sentire insigniti di ruoli e/o missioni impossibili. I padri di oggi possono prendersi permessi lavorativi per stare con i propri figli. Ci sono storie di padri rimasti da soli e che in questa condizione si sono inventati uno stile genitoriale unico e speciale in cui la cura e la presenza rappresentano il cuore della relazione con il figlio. Insomma cerchiamo di uscire dalla visione del padre assente che ha perso il suo carisma e la sua autorità ed esploriamo invece la qualità della sua presenza nelle sue diverse forme e possibilità.

Integrazione, isomorfismo ed evoluzione

In questo periodo si assiste ad un dibattito quotidiano in tema di integrazione culturale in cui vengono a scontrarsi due opposti schieramenti politici, sociali e culturali. Ci sono i difensori della patria che non vogliono accogliere i migranti perché li ritengono pericolosi criminali, portatori di malattia e ladri di lavoro; e poi ci sono i buonisti o difensori dei diritti umani che ritengono più giusto aprire le frontiere per accogliere i migranti dando loro rifugio, dignità e opportunità di crescita. Seppur riduttiva e molto semplificata la dinamica del conflitto a cui assistiamo è fondamentalmente basata su questi presupposti. Abbiamo poi un livello politico fatto di slogan e demagogie varie e un livello più basico che si manifesta nel dialogo fra amici, colleghi, parenti o persone che si incontrano e scontrano su questi temi. Sicuramente le posizioni non sono sempre così polarizzate e le sfumature sono varie ma in sostanza il conflitto si esprime in queste modalità. Tuttavia, dobbiamo partire da un dato incontrovertibile: senza integrazione la nostra specie non si sarebbe mai evoluta. Ciò che mette insieme e interconnette favorisce la crescita. Vale per l’organismo umano, vale per il nostro cervello così come per un qualsiasi ecosistema vivente o per una qualsiasi comunità sociale. Le culture che si sono distinte nella storia per il loro potere, le loro invenzioni e il grado di civiltà raggiunto sono tutte caratterizzate dalla capacità di integrare a sé le diversità. La nostra stessa coscienza emerge da un processo di interconnessione in cui diverse aree del sistema nervoso, autonomo e periferico, collaborano tra loro per costruire il senso che abbiamo di noi stessi. I nostri pensieri, le nostre emozioni, le nostre sensazioni e in generale la consapevolezza di ciò che siamo è fondata sull’integrazione e la continua comunicazione tra componenti diverse. Ciò che scaturisce da questa continua sinergia è più che la somma delle parti ed è qui che si manifesta il movimento evolutivo. I sistemi sociali si sono evoluti grazie ad una continua interazione multiculturale che ha portato a trasformazioni e ad evoluzioni sociali, culturali, scientifiche ed economiche. La biodiversità sancisce la ricchezza dei nostri ambienti e ne garantisce la sopravvivenza. Allo stesso modo, la multiculturalità e il contatto fra diversità, consente all’uomo di essere più adattato al suo ambiente; è grazie a questo continuo in-contro che ci sono continue opportunità di crescita. Quanto più siamo prossimi alla diversità tanto più acquisiamo competenze per adattarci. Non esiste prodotto sulle nostre tavole, non esiste oggetto che arreda le nostre case che non abbia un’origine multiculturale. Noi siamo, come corpo, come persone e come società, intrinsecamente fondati su processi di integrazione culturale. Lo dicono i geni, lo dice la fisica, lo dice il nostro aspetto, lo dice la nostra storia e lo dicono le nostre società.

Quindi, sulla base di queste riflessioni, ritengo che il dibattito non sussista. Se vogliamo evolvere dobbiamo assecondare il naturale processo di acculturazione e integrazione. Semmai, invece che scontrarci e confliggere, dovremmo cercare modalità adeguate di interazione e convivenza ma questo lo si può fare solo con l’incontro, la vicinanza, la relazione e il contatto. L’atteggiamento espulsivo e refrattario al diverso e quindi al cambiamento impedisce l’evoluzione e, al contrario, favorisce processi regressivi e degenerativi. L’evoluzione sta nel confine di contatto con l’altro ma bisogna saperci stare.

Psicoterapia come dimensione di confine

“L’uomo è un cavo teso tra la bestia e il superuomo, un cavo al di sopra di un abisso. Un passaggio periglioso, un periglioso essere in cammino, un periglioso guardarsi indietro e un periglioso rabbrividire e fermarsi. La grandezza dell’uomo è di essere un ponte e non uno scopo: nell’uomo si può amare che egli sia una tradizione e un tramonto. Io amo coloro che non sanno vivere se non tramontando, poiché essi sono una transizione. Io amo gli uomini del grande disprezzo, perché essi sono anche gli uomini della grande venerazione e frecce che anelano all’altra riva. Io amo coloro che non aspettano di trovare una ragione dietro le stelle per tramontare e offrirsi in sacrificio: bensì si sacrificano alla terra, perché un giorno la terra sia del superuomo.”

Nietzsche – Così parlò Zarathustra

 

In questo breve estratto Nietzsche ripete più volte il termine “periglioso” come a voler ribadire il valore di quel rischio che si corre nell’andare oltre confini per arrivare all’altra riva; rischi che l’uomo deve affrontare per individuarsi, autodeterminarsi, esserci e diventare ciò che è. Il pericolo e il brivido divengono pertanto opportunità di crescita poiché ci si può fermare, si può sentire e si può evolvere verso una riconfigurazione del proprio essere al mondo. La grandezza dell’uomo è essere un ponte, non uno scopo, ovvero qualcosa che cambia, che attraversa, che si sposta e che evolve andando oltre i confini. La vita stessa dell’uomo è una transizione continua che congiunge la nascita alla morte. Il confine assume quindi questa dimensione di continua evoluzione per cui andare oltre significa fondare la crescita personale basandosi proprio sul concetto di attraversare esperienze di vita.

Nella psicoterapia della Gestalt si ritrova questo pensiero e si evidenzia l’importanza che assume il ruolo del terapeuta nel riuscire a sostenere e accompagnare il paziente in questo cammino “periglioso”. Stare su questo crinale significa confrontarsi con se stessi. Continua la lettura di Psicoterapia come dimensione di confine